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Della campagna “fertility” della Lorenzin ho detto tanto (ma per lo più verbalmente) ai vari amici che mi sollecitavano ad esprimermi sull’argomento.  Questa campagna non mi è piaciuta per niente e penso che lo Stato non debba essere così invasivo,  goffo e rozzo nei confronti di un tema  così complesso e delicato sul piano individuale,  affettivo e sociale.

La provocazione per la provocazione non solo non serve, ma spesso crea un effetto boomerang suscitando irritazione e non aggiungendo un’ ette a favore  della crescita personale.  Potrei continuare entrando nel dettaglio della grammatica di comunicazione della campagna ma lascio la parola e le conclusioni ad una penna autorevolissima, quella di Anna Maria Testa:

All’origine degli errori

Le origini del pensiero contorto e arrogante si ritrovano già nella prima pagina del lunghissimo e argomentato documento intitolato Piano nazionale per la fertilità. Dove leggiamo che gli obiettivi dell’iniziativa sono informare e sensibilizzare i cittadini, e offrire assistenza sanitaria qualificata. Questo non fa una piega.

Ritroviamo questi obiettivi anche nel capitolato tecnico del ministero, cioè nel documento che descrive come la comunicazione va eseguita. Nel quale leggiamo che il linguaggio dev’essere “coinvolgente, dinamico, complice, ma comunque istituzionale e scientifico”. E anche “diretto, naturale, amichevole, quotidiano”.

Sarebbe un’eccellente impostazione. Peccato che nella campagna, così com’è uscita, non ce ne sia traccia. Non c’è informazione. Non ci sono dati scientifici. Non c’è amichevolezza. Non c’è complicità. Non c’è neppure compostezza istituzionale.

Ed eccoci al punto: nella stessa prima pagina del piano ministeriale leggiamo che si vuole “operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione… dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Nel capitolato tecnico ritroviamo anche quest’altro obiettivo, insieme all’indicazione che i messaggi dovranno “promuovere direttamente l’idea che la fertilità è un bene comune, promuovere la bellezza della maternità e della paternità…”.

Se l’obiettivo era provocare, è stato raggiunto. Peccato che sia un obiettivo sterile, e non legittimo. Tutta questa roba c’è, eccome, nella campagna. Peccato che non si tratti di informazione fondata su dati di fatto, ma di opinioni espresse in modo ideologico, che in quanto tali portano fatalmente a una deriva propagandistica.

Il Prestigio della Maternità non è un dato di fatto. Che la fertilità sia un bene comune, e a meno che il ministero non decida di nazionalizzare l’apparato riproduttivo degli italiani, non solo non è un dato di fatto, ma è un’affermazione priva di senso.

Il risultato è una comunicazione che, anche se il ministero dichiara di volerlo fare, rinuncia a informare e invece promuove un’ideologia. E lo fa utilizzando gli strumenti tipici della propaganda: minaccia (se non ti sbrighi non avrai figli! Se rinvii avrai un figlio solo, ammesso che arrivi!), ricatto (se non fai figli non sei un bravo cittadino!), aggressività (datti una mossa!). Ed ecco anche perché molti hanno percepito quel più che vago profumo di ventennio.

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In sintesi: se l’obiettivo era “provocare”, è stato raggiunto. Peccato che sia un obiettivo sterile, e non legittimo. E peccato che la sovrastruttura ideologica abbia del tutto oscurato la necessaria, virtuosa e fertile intenzione informativa.

Ma si riesce, tecnicamente, a informare su temi così complessi attraverso messaggi necessariamente semplici e sintetici come quelli pubblicitari? La risposta è “sì”. Non è facile, ma si può fare. Ci vuole pazienza, perché l’informazione va ridotta a piccole unità, ma si può fare. Ci vuole delicatezza, perché per ciascuna unità bisogna presentare un dato rilevante e spiegare una conseguenza in parole semplici e rispettose, ma si può fare.

Un’ultima nota curiosa: il logo della campagna mostra uno scodinzolante spermatozoo che entra in un cuore. C’è da sospettare che non solo sulle dinamiche della comunicazione efficace, ma anche sotto il profilo strettamente anatomico, al ministero abbiano le idee un po’ confuse.

Chi volesse leggere l’articolo integrale può andare qui:  http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/09/02/una-provocazione-sterile