Raffaele Mazzei

Studi e Riflessioni

E-mail Stampa

IL LAVORO DI FORMAZIONE SULLA VIA INIZIATICA

alchimia2

Nella nostra interiorità si combatte da secoli l'eterna lotta tra bene e male. Il cercatore costruisce. Il tempo consuma. L' iniziato si innalza, l'invidia del mondo lo colpisce. Lo jihad, come ricorda Schuon, nel significato esoterico è guerra santa interiore tra virtù e vizio. Lo sapevano bene Sufi e Templari. Islam e Cristianità si fronteggiavano con asprezza sui campi di battaglia e poi dialogavano con tolleranza attraverso i loro sapienti. Lo sviluppo equilibrato è frutto di educazione. La sapienza, in più, necessita di un elemento trascendente di predisposizione. Una signatura speciale. Perché il vento soffia dove vuole.Anche i grandi della storia, della tradizione iniziatica o persino gli Avatara - gli incarnati figli di Dio- non fanno eccezione. Alessandro, il Dalai Lama, Gesù stesso nell'infanzia-adolescenza vivono precise fasi di apprendistato sotto la guida di precettori e maestri. Il bambino allevato dai lupi impara il linguaggio del branco. Non parla ma ulula alla luna, non si dedica alla "cultura", non cucina trasformando alchemicamente il cibo, ma caccia e si nutre come un animale. La formazione è il dono sacro del cielo. Il fuoco di Prometeo che può riscattare l'uomo dalla caduta. La Tradizione offre gli strumenti per l'edificazione umana. L'innalzamento porta verso la Luce. Per questo essa è nemica delle Tenebre. Per questo le forze dell'oscurantismo la combattono magneticamente. Per attrazione negativa. Ma la controiniziazione, all'opposto di quanto a volte si creda, non ha un disegno. E' inconscia, metastatica, atomizzata. Senza un centro. Il suo nome è legione. Nel significato etimologico di diavolo cioè dia-ballo, divido. Separo. Un solve senza il coagula. Una divisione senza visione e sintesi. La Tradizione con le sue molteplici vie iniziatiche invece, ha un progetto consapevole, un tracciato, un quadro. E conosce l'uomo nel profondo e nel suo divenire. L'importante è cogliere e "tenere" saldo il fine dell'Opera. Che in essenza è una missione formativa e spirituale. L'obiettivo è da sempre la costruzione del Tempio dell'Umanità. L' Adam Kadmon, concetto arcano in cui si ri-vela l'essenza stessa dell'Essere Supremo. Ma la costruzione interiore non basta. E' necessaria un'edificazione "globale", di interno ed esterno. Perché il cercatore di Luce, oltre al proprio tempio interiore, deve contribuire alla costruzione del Tempio dell'Umanità. Senza estraniarsi dalla partecipazione alla società civile e ad un tempo senza rinunciare a cogliere l'infinito da cui proviene, la cui porta segreta è situata al centro di corpo, anima e spirito.

 

R.M. 17 ottobre 2009


 

RENÉ GUÉNON E I GIUDICI DI STRASBURGO

rene-guenon-1925 

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,quella verticale verso lo spirito. Franco Battiato, Inneres Auge.

In Europa da tempo è in atto un aspro scontro ideologico tra laicisti atei e laici cristiani. La questione della presenza o meno del crocefisso in classe è solo l' ultimo atto di una lunga serie di battaglie parlamentari, legali e mediatiche. In questi giorni tv, giornali, e blog riportano a vario titolo la notizia della pronuncia della Corte di Strasburgo. Nel sito dello Uaar, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti è pubblicata questa new " La Corte Europea dei diritti dell'uomo ha detto "no" ai crocifissi in classe, pronunciandosi sul ricorso di una cittadina italiana, nostra socia. Lo afferma in una nota l'Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti) precisando di aver "promosso, sostenuto, curato tecnicamente l'iter giuridico, che era già passato da Tar del Veneto, Corte Costituzionale e Consiglio di Stato. Quest'ultimo aveva stabilito - si ricorda nella nota - la legittimità della presenza del crocifisso in classe, adottando per di più la formula del "crocifisso quale simbolo della laicità dello Stato": una linea chiaramente sconfessata da Strasburgo". Dunque, conclude la nota, "è un grande giorno per la laicità italiana".

Al di là dell'indicibile cristofobia che fa piazza pulita con scientifica ignoranza delle straordinarie efflorescenze spirituali, filosofiche, artistiche e civili delle radici giudaico- cristiane dell'Europa, al di là dei rigurgiti neo-illuministi che tendono, ieri come oggi, a sostituire i simboli della civiltà cristiana con grotteschi surrogati "razionali" e a parte l'ovvia considerazione che il crocefisso, è un simbolo universale di accoglienza che parla di tolleranza e amore universali, vorrei dare voce ad un altro punto di vista: quello della Metafisica e della Tradizione. Per far questo lascio la parola ad un famoso studio di René Guénon del 1931"Il Simbolismo della Croce", la prima opera scritta dopo il suo trasferimento in Egitto, dedicato dall'autore allo Sciaykh El-Kebîr. L'opera mette in luce come la croce, incontro tra il piano orizzontale (la terra, la contingenza) e quello verticale (il cielo, la trascendenza) "è un simbolo che, sotto forme diverse, si incontra quasi dappertutto, e a partire dalle epoche più remote; essa è quindi ben lungi dall'appartenere in proprio ed in modo esclusivo al Cristianesimo, come certuni potrebbero essere tentati di credere. Bisogna inoltre dire che il Cristianesimo, per lo meno nel suo aspetto esteriore e conosciuto generalmente, sembra aver un po' perduto di vista il carattere simbolico della croce per considerarla soltanto più il segno di un fatto storico; in realtà, questi due punti di vista non si escludono affatto, ed, anzi, il secondo non è in certo qual senso se non una conseguenza del primo; sennonché questo modo di guardare alle cose è talmente estraneo alla gran maggioranza dei nostri contemporanei che è giocoforza arrestarci su di esso un istante, ad evitare qualche malinteso. Di fatto, troppo spesso si ha tendenza a pensare che l'accettazione di un senso simbolico debba comportare il rifiuto di un senso letterale o storico; un'opinione del genere non è che il prodotto dell'ignoranza della legge di corrispondenza che è il fondamento stesso di ogni simbolismo, e in virtù della quale qualsiasi cosa, poiché discende essenzialmente da un principio metafisico dal quale ricava tutta la sua realtà, traduce o esprime tale principio alla sua maniera e secondo il suo ordine di esistenza, per modo che. da un ordine all'altro, tutte le cose si concatenano e corrispondono per concorrere all'armonia universale e totale, la quale è, nella molteplicità della manifestazione, in certo modo un riflesso della stessa unità principiale. è questa la ragione per cui le leggi di una sfera inferiore possono sempre essere assunte a simbolo delle realtà di un ordine superiore, nelle quali esse hanno la loro ragione profonda, che è insieme il loro principio e la loro fine; e possiamo ricordare - in questa occasione -, tanto più che proprio qui ne troveremo degli esempi, l'errore delle moderne interpretazioni "naturalistiche" delle antiche dottrine tradizionali, interpretazioni che rovesciano semplicemente la gerarchia dei rapporti tra i diversi ordini di realtà.
I simboli o i miti non hanno infatti mai avuto la funzione - come vorrebbe una teoria anche troppo diffusa ai giorni nostri - di rappresentare il movimento degli astri; la verità è che in essi si trovano spesso figure che si ispirano a quest'ultimo e che sono destinate ad esprimere analogicamente qualcosa di totalmente diverso, in quanto le leggi di tale movimento traducono fisicamente i principi metafisici dai quali dipendono. Quel che diciamo dei fenomeni astronomici si può dirlo del pari, e allo stesso titolo, di ogni altro genere di fenomeni naturali: questi fenomeni, in quanto derivano da principi superiori e trascendenti, sono veramente simboli di questi ultimi; ed è evidente che questo non infirma affatto la realtà propria che simili fenomeni posseggono, come tali, nel campo di esistenza al quale appartengono; ben al contrario, è proprio questo che dà fondamento a tale realtà, poiché al di fuori della loro dipendenza nei confronti dei principi, tutte le cose non sarebbero se non puro nulla. Come per tutto il resto, la stessa cosa accade dei fatti storici: essi pure si conformano necessariamente alla legge di corrispondenza della quale abbiamo or ora parlato, e in conseguenza di ciò traducono secondo il loro modo le realtà superiori, delle quali non sono in certo qual modo se non un'espressione umana; aggiungeremo che è questo a costituire ai nostri occhi tutto il loro interesse, da un punto di vista che - la cosa è evidente - è totalmente diverso da quello in cui si pongono gli storici "profani". Tale carattere simbolico, quantunque comune a tutti i fatti storici, deve essere particolarmente evidente per quelli fra essi che costituiscono quella che può più propriamente esser detta la "storia sacra"; ed è a motivo di ciò che lo si ritrova in particolare, in maniera impressionante, in tutte le circostanze della vita di Cristo. Se si è ben capito quanto abbiamo detto finora, si comprenderà immediatamente che non solo questa non è una ragione per negare la realtà di tali avvenimenti e per considerarli puri e semplici "miti", ma che - al contrario - simili avvenimenti dovevano essere quelli che sono stati e non potevano essere diversi; d'altronde, come si potrebbe attribuire un carattere sacro a qualcosa che sia privo di ogni significato trascendente? In particolare, se Cristo è morto sulla croce, si può dire che sia a motivo del valore simbolico che la croce possiede di per sé e che le è sempre stato riconosciuto da tutte le tradizioni; ed è questa la ragione per cui, senza che si sminuisca minimamente il suo significato storico, si può considerare quest'ultimo come derivato dal suo stesso valore simbolico.

In conclusione consiglio vivamente la lettura del Simbolismo della Croce di René Guénon ai giudici della Corte di Strasburgo ma anche e soprattutto a tanti Cristiani.

  

R.M. 30 ottobre 2009


 

 IL SIGNIFICATO SACRO DI LIBERTA', UGUAGLIANZA, FRATELLANZA

sacrafam2

Stabilita, secondo il metodo analogico, la corrispondenza tra il trinomio "Libertà, Uguaglianza, Fratellanza" ed altri ternari sacri quali "Cielo, Uomo, Terra" - "Spirito, Anima, Corpo" - "Zolfo, Sale, Mercurio" e "Padre, Madre, Figlio", corrispondenti nella tradizione cristiana a Giuseppe, Maria e Gesù, la Sacra Famiglia che ha ispirato intensamente i pittori medievali e rinascimentali, assegnerei al termine Libertà il significato di "uomo come individualità", soggetto affrancato in possesso di libera autonomia, al termine Uguaglianza, accosterei, invece, l'idea di potenzialità livellata, di pari opportunità nella comunione sociale. Infine, al termine Fratellanza, riserverei il significato di Amore come forza regolatrice che trascende e permette, portando l'Uomo ad un livello superiore, l'integrazione tra l'istanza individualistica e il bisogno di convivenza sociale.

Insomma, il triangolo di forze Libertà, Uguaglianza, Fratellanza è un vero e proprio circuito di energie in equilibrio che consentono lo sviluppo di una vita personale e sociale all'insegna e sotto l'egida principiale dell'elemento "Amore" che ci rimanda, diritto ed in verticale, al tema, appunto, del Principio Armonico dell'Universo che regola o dovrebbe regolare, dentro e fuori di noi, le due istanze legittime ed apparentemente inconciliabili Libertà-Uguaglianza potentemente e pericolosamente centripete ed in opposizione di polarità senza la superiore mediazione di un terzo elemento.

Un'altra osservazione: non è vero o almeno non è "soltanto" vero che il trinomio "Libertà, Uguaglianza, Fratellanza" sia un retaggio razionalistico proveniente dalla Rivoluzione Francese, un motto "progressista" senza fondamenti tradizionali. Forse per qualcuno costituirà una sorpresa sapere che âlHallâj (857-922), detto "il martire" del Sufismo fu il primo a predicare il motto "Libertà, eguaglianza, fratellanza". Infatti, come ci ricorda Gabriel Mandel Khan "Per puntualizzare la situazione - quanto mai variegata e di coloritura individualistica (come è precipuo delle cose dell'Îslâm, che lascia ampia libertà di scelta ad ogni individuo essendo il singolo individuo responsabile in assoluto delle sue azioni) - citerò un'aggregazione ismailita di gente di cultura e di valore etico, da accostarsi alle Futuwwa, e che emerse nella metà del X° secolo, gli Îkhwân âlSafâ', i Fratelli della Purezza. Essi pubblicarono una "Enciclopedia Universale" (Rasâ'il Îkhwân âlSafâ' wa khillân âlWafâ') in 52 volumetti, nella quale per la prima volta si legge il motto Libertà, Eguaglianza, Fratellanza".

 

R.M. 5 dicembre 2009


IL SILENZIO E LA PAROLA RITROVATA DELLA SIRENA SENZA CODA

Introduzione alla presentazione di "Sirena senza coda" di G. Trapanese e C. Tonelli al Teatro della Fortuna di Fano 3.12.09

sirenasenzaco2 

 

La Sirena, nell'immaginario collettivo è, a torto, considerata l'emblema della seduzione dell'anima divorante, l'ombra del femminile alla quale dover resistere come nell'immagine di Ulisse che si fa legare all'albero maestro della nave per sfuggire al naufragio ed alla morte. In realtà la Sirena vuole solo esprimersi, cantare. In un racconto Kafka dice che la casa più terribile da sopportare è proprio il silenzio della Sirena. E' forse questo il mistero del simbolo e del mito che più ci atterrisce ed affascina: da una parte la forza e la malia del verbo, del canto, dell'espressione, dall'altra il terrore del silenzio. Quel silenzio Cristina, Sirena senza coda, lo ha bucato, adornandolo di parole lucenti come stelle in una rinascita e in un' autocreazione resa possibile dalla forza dell'Amore dei propri cari. (R.M.)

Mano a mano che ci si inoltra nella trama di Sirena senza coda, attraverso il testo si entra prima nel mondo dei protagonisti della storia e poi in un nucleo incandescente. Il nucleo dell'anima e delle emozioni, il nucleo dove vivono e convivono i sogni ed i limiti, il possibile ed il reale, i perché e le sconfitte. Le cadute e le risalite. Poi ad un certo punto, continuando la lettura, dopo aver varcato le porte del Palazzo della Coscienza, del Palazzo della Ragione e del Palazzo dei Valori, si rompe un nuovo diaframma e si intravede o forse si tocca l'essenza, il centro vitale dell'essere e dell'essere uomini. Difficile non cambiare, non essere trasformati dalla lettura di questo libro: di questo ringrazio gli autori. Difficile non pensare alla polivalenza di queste pagine: un libro, certo, un romanzo, ma anche un diario tenero ed appassionato, forse un saggio involontario e soprattutto una profonda occasione di riflessione esistenziale.

Sirena senza coda, dicevo, è un libro incandescente, scritto da Cristina Tonelli e da Giancarlo Trapanese un autore apparentemente tranquillo, un grande professionista, vice caporedattore della sede Rai per le Marche, docente ad Urbino di Teoria e tecnica del linguaggio radiotelevisivo. Ma Giancarlo dietro la sua pacatezza, il suo equilibrio, nasconde un'anima che erra e cerca, e si coglie e coglie, ed incontra e si relaziona. Con se stesso, con l'altro, forse con la propria ombra che è l'ombra di tutti noi: l'ombra del concetto di normalità, la cosiddetta -maledetta- normalità. Giancarlo incontra Cristina-Gemma, davvero una vera gemma, figura tragica ed angelica che trascende i propri limiti e diventa paradigma di bellezza e di speranza. Gemma mi fa venire in mente gli apocrifi, l'eresia gnostica o i misteri orfici. Il dualismo irriducibile tra l'anima libera come un nibbio, come un gabbiano, come un aquila e il corpo-prigione, figlio dei Titani, della Caduta, della Corruzione. Ma Gemma contemporaneamente è anche il simbolo vivente, il sacrario, oserei dire, nel suo stesso corpo, della soluzione di questo dualismo, di questo apparente conflitto.

I protagonisti di questa vicenda sono tanti. Naturalmente in primis Gemma ed il suo incredibile percorso. Ma non meno importanti appaiono la mamma ed il papà, figure reali e letterarie che simboleggiano il difficile cammino di tanti genitori straordinari, veri uomini e veri santi del quotidiano. Infine anche la tecnologia è protagonista di questa vicenda, il computer attraverso cui Gemma riesce ad esprimersi. Grazie a questa tecnologia lei stabilisce un canale di comunicazione fra l'interno e l'esterno. La tastiera del Pc diventa il ponte, lo strumento che permette l'espressione del verbo, della parola. Concludo questa breve introduzione dicendo che è giusto divertirsi con Facebook, con Twitter e con gli altri Social Network Web 2.0 ma bisognerebbe riflettere sulla possibilità di utilizzare tali strumenti e non farsi utilizzare, come fa la maggior parte di noi. Ci vorranno nuove generazioni di giovani, evoluzione dopo evoluzione, per andare un po' più lontano. In questo senso Gemma è portatrice non di una minorazione, ma di una nuova capacità. Gemma è migliore di noi: spesso siamo noi i veri minorati. La parola a Giancarlo Trapanese ed agli scritti di Gemma-Cristina che ci condurranno in un indimenticabile viaggio dal buio alla luce alla scoperta della fiducia e della speranza.

 

FRANZ KAFKA - Racconti brevi: DAS SCHWEIGEN DER SIRENEN (IL SILENZIO DELLE SIRENE)
traduzione dal tedesco di Elisabetta Zoni

 sirenechagall2

 

A dimostrazione che anche mezzi inadeguati, addirittura puerili, possono portare alla salvezza:

Per proteggersi dalle sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si fece incatenare all'albero maestro. Qualcosa di simile, naturalmente, avrebbero potuto fare da sempre tutti i viaggiatori - tranne coloro che le sirene avevano già attirato da lontano - ma era risaputo in tutto il mondo che non sarebbe servito a nulla. Il canto delle sirene pervadeva di sé ogni cosa, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e alberi maestri. Ma a questo Odisseo non pensò, benché forse ne avesse avuto notizia. Si fidava completamente di quel pugno di cera e di quel mucchio di catene e, rallegrandosi candidamente dei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.  Ora però le sirene possiedono un'arma ancor più tremenda del canto: il loro silenzio. Anche se non è mai accaduto, è forse concepibile che qualcuno si fosse potuto salvare dal loro canto; di certo non dal loro silenzio. Nulla di terreno può resistere alla sensazione di averle vinte con le proprie forze, all'orgoglio che ne scaturisce, e che travolge ogni cosa.  E davvero, quando Odisseo giunse, le potenti cantatrici non cantarono, o perché pensarono che quell'avversario poteva esser battuto solo con il silenzio, o forse perché la vista della beatitudine dipinta sul volto di Odisseo, che non pensava ad altro che alla cera e alle catene, le fece dimentiche di ogni canto.  Odisseo tuttavia non udì, per così dire, il loro silenzio, credendo che stessero cantando e che solo lui fosse protetto dall'udirle. Di sfuggita vide dapprima il movimento dei loro colli, i loro respiri profondi, gli occhi colmi di lacrime, le labbra socchiuse, ma credette che tutto questo facesse parte delle arie che, non udite, risuonavano intorno a lui. Ben presto, però, tutto scivolò via dai suoi sguardi rivolti in lontananza, le sirene sparirono del tutto di fronte alla sua risolutezza e, proprio quando fu più vicino a loro, non ne seppe più nulla.  Esse tuttavia - più belle che mai - si allungarono e si contorsero, sciolsero gli orrendi capelli al vento e tesero gli artigli aperti sugli scogli. Non volevano più sedurre ormai, volevano solo trattenere il riflesso dei grandi occhi di Odisseo il più a lungo possibile.  Se le sirene possedessero una coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Invece sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro. Si tramanda poi un'appendice a questa storia. Odisseo, si narra, era talmente ricco di astuzie, era una tale volpe, che persino la Dea del Destino non riuscì a penetrare nel suo intimo. Forse egli, anche se questo già trascende la comprensione dell'intelletto umano, in realtà si accorse che le sirene tacevano e, quasi a guisa di scudo, oppose a loro, e agli dei, la suddetta simulazione.

R.M. 3 dicembre 2009


 

IL SIGNIFICATO TRADIZIONALE DEL SOLSTIZIO D'INVERNO

 janus-vatican2

Per comprendere appieno il significato del solstizio d'inverno anche sotto l'aspetto delle scienze tradizionali, non c'è niente di meglio che fare appello alle parole di René Guénon. In una famosa raccolta di preziose riflessioni, Simboli della Scienza Sacra, Guénon scrive (...) Abbiamo detto che le due porte zodiacali, le quali sono rispettivamente l'entrata e l'uscita della ‘caverna cosmica', e che certe tradizioni denominano ‘porta degli uomini' e ‘porta degli dèi', devono corrispondere ai due solstizi; dobbiamo ora precisare che la prima corrisponde al solstizio d'estate, cioè al segno del Cancro, e la seconda al solstizio d'inverno, cioè al segno del Capricorno. Per comprenderne la ragione, occorre riferirsi alla divisione del ciclo annuale in due metà, una ‘ascendente' e l'altra ‘discendente' : la prima è il periodo del cammino del sole verso nord, che va dal solstizio d'inverno al solstizio d'estate; la seconda è quello del cammino del sole verso sud, che va dal solstizio d'estate al solstizio d'inverno. Nella tradizione indù, la fase ‘ascendente' è messa in rapporto con il dêva-yâna, e la fase ‘discendente' con il pitri-yâna, il che coincide esattamente con le designazioni delle due porte appena ricordate: la ‘porta degli uomini' è quella che dà accesso al pitri-yâna, e la ‘porta degli dei' è quella che dà accesso al dêva-yâna; esse devono quindi situarsi rispettivamente all'inizio delle due fasi corrispondenti, vale a dire che la prima dev'essere al solstizio d'estate e la seconda al solstizio d'inverno. (...) Infatti, la ‘caverna cosmica' è qui considerata come il luogo di manifestazione dell'essere : dopo esservisi manifestato in un certo stato, quale per esempio lo stato umano, l'essere, a seconda del grado spirituale cui sarà pervenuto, ne uscirà per l'una o per l'altra delle due porte; in un caso, quello del pitri-yâna, esso dovrà tornare a un altro stato di manifestazione, il che sarà naturalmente rappresentato da un rientro nella ‘caverna cosmica' così considerata; nell'altro caso invece, quello del dêva-yâna, non c'è più ritorno al mondo manifestato. Così, una delle due porte è tanto un'entrata quanto un'uscita, mentre l'altra è un'uscita definitiva; ma, per quanto concerne l'iniziazione. proprio questa uscita definitiva è lo scopo finale, di modo che l'essere, entrato per la ‘porta degli uomini', deve uscire, se ha effettivamente raggiunto questo scopo, per la ‘porta degli dei' (...).

La festa iniziatica del solstizio d'inverno, quella dedicata a San Giovanni Evangelista cade convenzionalmente il 27 dicembre, data prossima al solstizio d'inverno. Nello stesso periodo in cui i Collegia Fabrorum, le organizzazioni di mestiere romane, celebravano la festa di Giano. Giano è il dio delle porte (in latino januæ), che chiude e apre (da ciò gli attributi Clusius - che chiude - e Patulcius - che apre); in riferimento al ciclo astronomico annuale tali porte non sono altro che le porte del solstizio d'inverno e d'estate. Egli, come dio che ‘apre', è il dio degli inizi: in particolare era a lui dedicato il primo mese dell'anno: Januarius. Rappresentato come bifronte (con una faccia che guarda verso l'esterno, l'altra verso lo spazio interno, oppure, secondo il simbolismo temporale, una che guarda verso il passato e l'altra verso il futuro), stringe nella destra un bastone e nella sinistra una chiave. Il simbolismo della chiave e della porta, insieme alla sua funzione di protettore degli inizi, mette il dio in stretto rapporto con l'iniziazione e, in particolare, si può ipotizzare un collegamento con le iniziazioni di mestiere dell'antichità che, come tutte le iniziazioni di mestiere attenevano all'ambito dei ‘piccoli misteri'. Il solstizio d'Inverno è tradizionalmente consacrato alla Speranza, quello d'Estate alla Riconoscenza. La più importante delle due festività era quella invernale, perché legata alla speranza del futuro raccolto e simbolicamente alle prospettive di crescita e di redenzione interiore. Non a caso il Natale cristiano, ultimo legittimo erede della Tradizione, in ordine di tempo, celebra proprio in questo periodo la nascita del Salvatore. E' l' epifania storica finale della Tradizione, assimilabile, "all'indietro" alla celebrazione della nascita di Mitra nell'antica Persia, o in Egitto quella di Horus, figlio di Iside ed Osiride o alle feste romane del Natalis Solis Invictis. In tale ricorrenza si celebrava la crisi del trapasso stagionale cosmico e microcosmico: lo spirito, dopo avere dormito, giunto al punto più basso del suo viaggio, riprende a salire alla ricerca della luce, nel silenzio invernale del raccoglimento per poi comprendersi e rigenerarsi. L'evento solstiziale, così come ci è stato consegnato dalla Tradizione, ci dovrebbe indurre a riflettere e meditare sul vero significato del Natale, oggi così banalmente volgarizzato. A questo proposito, alcune considerazioni sul difficile periodo storico che stiamo attraversando così segnato da forze oscure ed avverse. La controiniziazione è una forza oscura esogena ed endogena che tenta in tutti i modi di impedire e di invertire il processo iniziatico che può portare ogni uomo verso la consapevolezza, verso la Luce. La controiniziazione è una forza, costituita da tutte le deviazioni derivanti dalle impurità che, attraverso le generazioni, abbiamo accumulato nella nostra interiorità, dissacrandola. La controiniziazione è fuori di noi, abbiamo detto, ma è soprattutto una tendenza che agisce dentro di noi. Ed è proprio nella nostra interiorità che dobbiamo condurre la nostra incessante guerra santa per costruire templi alla virtù e scavare oscure e profonde prigioni al vizio. Da qui, a partire da questo solstizio d'inverno, si deve rinnovare, per ognuno di noi, il tentativo di avvicinarci alla vetta della Montagna Sacra.

 

R.M. 15 dicembre 2009


 

IL CARATTERE SATANICO DEL CARNEVALE

paradise_lost

Non per rovinare la festa a chi aspetta questo periodo per divertirsi un po', ma effettivamente il carnevale, ormai (come tutto) fuori da ogni controllo e ritualità, nasconde - e neanche troppo - inquietanti elementi "satanici".  A tal proposito riporto integralmente l'interessantissimo studio di René Guénon "Sul significato delle feste carnevalesche" che apre uno squarcio terrificante sull'apparente normalità di massa del cosiddetto "mondo moderno".                                              

SUL SIGNIFICATO DELLE FESTE "CARNEVALESCHE"

A proposito di una «teoria della festa» formulata da un sociologo, abbiamo segnalato [Si veda «Etudes Traditionnelles», aprile 1940, p. 169] che tale teoria aveva, fra gli altri difetti, quello di voler ridurre tutte le feste a un solo tipo, costituito da quelle che si possono chiamare feste «carnevalesche», espressione che ci pare abbastanza chiara per essere facilmente compresa da tutti, poiché il carnevale rappresenta effettivamente ciò che ne rimane ancor oggi in Occidente; e dicevamo allora che si pongono, a proposito di questo genere di feste, delle questioni che meritano un esame più approfondito. Infatti, l'impressione che se ne trae è sempre, anzitutto, un'impressione di «disordine» nel senso più completo della parola; come mai quindi si constata la loro esistenza, non solo in un'epoca come la nostra, in cui si potrebbe in fondo, se non avessero un'origine così remota, considerarle semplicemente come una delle numerose manifestazioni dello squilibrio generale, ma anche, e persino con uno sviluppo molto maggiore, in civiltà tradizionali con le quali a prima vista esse sembrano incompatibili?

Non è inutile citare qui alcuni esempi precisi, e menzioneremo anzitutto, a questo riguardo, certe feste di carattere veramente strano che si celebravano nel Medioevo: la «festa dell'asino" in cui quest'animale, il cui simbolismo propriamente «satanico" è assai noto in tutte le tradizioni [Sarebbe un errore voler opporre a questo il ruolo svolto dall'asino nella tradizione evangelica, poiché, in realtà, il bue e l'asino, posti ai due lati opposti della mangiatoia alla nascita di Cristo, simboleggiano rispettivamente l'insieme delle forze benefiche e quello delle forze malefiche; si ritrovano d'altronde nella crocifissione, sotto forma del buono e del cattivo ladrone. Quanto poi a Cristo sulla groppa di un asino, al suo ingresso in Gerusalemme, egli rappresenta il trionfo sulle forze malefiche, trionfo la cui realizzazione costituisce propriamente la «redenzione»], veniva introdotto addirittura nel coro della chiesa, ove occupava il posto d'onore e riceveva i più straordinari segni di venerazione; e la «festa dei folli», in cui il basso clero si abbandonava agli atti più sconvenienti, parodiando al tempo stesso la gerarchia ecclesiastica e la liturgia medesima [Questi «folli» portavano d'altronde un copricapo a lunghe orecchie, manifestamente destinato a evocare l'idea di una testa d'asino, e questo particolare non è il meno significativo dal punto di vista in cui ci poniamo]. Com'è possibile spiegare che cose simili, il cui carattere più evidente è incontestabilmente quello parodistico o addirittura sacrilego [L'autore della teoria alla quale abbiamo alluso non ha difficoltà a riconoscervi la parodia e il sacrilegio, ma, riferendoli alla sua concezione della «festa» in generale, pretende di farne degli elementi caratteristici del «sacro» medesimo, il che non solo è un paradosso piuttosto esagerato, ma, bisogna dirlo chiaramente, una pura e semplice contraddizione] abbiano potuto, in un'epoca come quella, non solo essere tollerate, ma persino ammesse più o meno ufficialmente?

Menzioneremo anche i saturnali degli antichi Romani, da cui il carnevale moderno sembra d'altronde trarre origine direttamente, per quanto non ne sia più, a dire il vero, che un ricordo assai pallido: durante queste feste, gli schiavi comandavano ai padroni e questi li servivano [Si riscontrano anche, in paesi diversi, casi di feste dello stesso genere in cui si giungeva fino a conferire temporaneamente a uno schiavo o a un criminale le insegne della regalità, con tutto il potere che esse comportano, salvo a condannarli a morte quando la festa era terminata]; si aveva allora l'immagine di un vero «mondo alla rovescia», in cui tutto si faceva contrariamente all'ordine normale [Lo stesso autore parla anche lui, a questo proposito, di «atti alla rovescia», e persino di «ritorno al caos", il che contiene una parte di verità, ma, per una sbalorditiva confusione di idee, vuole assimilare tale caos all'»età dell'oro»]. Per quanto si pretenda comunemente che ci fosse in queste feste un richiamo dell'»età dell'oro», tale interpretazione è manifestamente falsa, dal momento che non si tratta affatto di una specie di «uguaglianza» che a rigore potrebbe esser considerata una rappresentazione, nella misura in cui lo consentono le presenti condizioni [Vogliamo dire le condizioni del Kali Yuga o dell'»età del ferro» di cui fanno parte tanto l'epoca romana quanto la nostra] dell'indifferenziazione iniziale delle funzioni sociali; si tratta di un rovesciamento dei rapporti gerarchici, il che è completamente diverso, e un tale rovesciamento costituisce, in modo generale, uno dei caratteri più evidenti del «satanismo». Bisogna vedervi dunque piuttosto qualcosa che si riferisce all'aspetto «sinistro» di Saturno, aspetto che non gli appartiene certo in quanto dio dell' "età dell'oro", ma al contrario in quanto egli attualmente è solo il dio decaduto di un'èra trascorsa [Che gli dèi antichi diventino in certo modo dei demòni, è un fatto abbastanza generalmente constatato, e di cui l'atteggiamento dei cristiani nei riguardi degli dèi del «paganesimo» è solo un caso particolare, ma che non sembra esser mai stato spiegato a dovere; non possiamo d'altronde insistere qui su tale punto, che ci condurrebbe fuori tema. Resta inteso che tutto questo va riferito unicamente a certe condizioni cicliche, e perciò non intacca né modifica in nulla il carattere essenziale di questi stessi dèi in quanto simboli non temporali di princìpi di ordine sopra umano, di modo che, accanto a tale aspetto malefico accidentale, l'aspetto benefico sussiste sempre, malgrado tutto, e anche quando è più completamente misconosciuto dalla «gente dell'esterno»; l'interpretazione astrologica di Saturno potrebbe fornire a questo riguardo un esempio chiarissimo].

Si vede da tali esempi che vi è sempre, nelle feste di questo genere, un elemento «sinistro» e anche «satanico», ed è da notare in modo del tutto particolare che proprio questo elemento piace al volgo ed eccita la sua allegria: è infatti qualcosa di molto adatto, anzi più adatto di ogni altra cosa, a dar soddisfazione alle tendenze dell'»uomo decaduto», in quanto queste tendenze lo spingono a sviluppare soprattutto le possibilità meno elevate del suo essere. Ora, proprio in ciò risiede la vera ragione delle feste in questione: si tratta insomma di «canalizzare» in qualche maniera tali tendenze e di renderle il più possibile inoffensive, dandogli l'occasione di manifestarsi, ma solo per periodi brevissimi e in circostanze ben determinate, e assegnando così a questa manifestazione degli stretti limiti che non le è permesso oltrepassare [Ciò è in rapporto con la questione dell'»inquadramento» simbolico, sulla quale ci proponiamo di tornare]. Se infatti queste tendenze non potessero ricevere quel minimo di soddisfazione richiesto dall'attuale stato dell'umanità, rischierebbero, per così dire, di esplodere [Alla fine del Medioevo, quando le feste grottesche di cui abbiamo parlato furono soppresse o caddero in disuso, si produsse un'espansione della stregoneria senza alcuna proporzione con quel che s'era visto nei secoli precedenti; fra questi due fatti esiste un rapporto abbastanza diretto, per quanto in genere inavvertito, il che d'altronde è tanto più sorprendente in quanto vi sono alcune somiglianze abbastanza singolari fra tali feste e il sabba degli stregoni, ove pure tutto si faceva «alla rovescia»], e di estendere i loro effetti all'intera esistenza, sia dell'individuo sia della collettività, provocando un disordine ben altrimenti grave di quello che si produce soltanto per qualche giorno riservato particolarmente a questo scopo. Tale disordine è d'altra parte tanto meno temibile in quanto viene quasi «regolarizzato», poiché, da un lato, questi giorni sono come avulsi dal corso normale delle cose, in modo da non esercitare su di esso alcuna influenza apprezzabile, e comunque, dall'altro lato, il fatto che non vi sia niente di imprevisto «normalizza» in qualche modo il disordine stesso e lo integra nell'ordine totale.

Oltre a questa spiegazione generale, perfettamente evidente quando si voglia riflettervi bene, ci sono alcune osservazioni utili da fare, per quanto concerne più in particolare le «mascherate», che svolgono un'importante funzione nel carnevale propriamente detto e in altre feste più o meno simili; e tali osservazioni riconfermeranno quel che abbiamo appena detto. Infatti, le maschere di carnevale sono generalmente orride ed evocano il più delle volte forme animali o demoniache, tanto da essere quasi una sorta di «materializzazione» figurativa di quelle tendenze inferiori, o addirittura «infernali», cui è permesso così di esteriorizzarsi. Del resto, ognuno sceglierà naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza, quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell'individuo, faccia invece apparire agli occhi di tutti quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. È bene notare, perché ne precisa ancor più il carattere, che vi è in questo quasi una parodia del «rovesciamento» che, come abbiamo spiegato altrove [Si veda "L'Esprit est il dans le corps ou le corps dans l'esprit"], si produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico; parodia, diciamo, e contraffazione veramente «satanica», perché qui il «rovesciamento» è un'esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all'opposto, delle possibilità inferiori dell'essere [C'erano anche, in certe civiltà tradizionali, periodi speciali in cui, per ragioni analoghe, si consentiva alle «influenze erranti» di manifestarsi liberamente, prendendo comunque tutte le precauzioni necessarie in un caso simile; queste influenze corrispondono naturalmente, nell'ordine cosmico, a quel che è lo psichismo inferiore nell'essere umano, e di conseguenza, fra la loro manifestazione e quella delle influenze spirituali esiste lo stesso rapporto inverso che esiste fra le due specie di esteriorizzazione appena menzionate; di più, in queste condizioni, non è difficile capire come la mascherata stessa paia raffigurare in qualche modo un'apparizione di «larve» o di spettri maligni].

Per terminare questi brevi cenni, aggiungeremo che, se le feste di questo genere vanno sempre più perdendo importanza e sembrano ormai suscitare a malapena l'interesse della folla, il fatto è che, in un'epoca come la nostra, hanno veramente perduto la loro ragione d'essere [Ciò equivale a dire che esse propriamente non sono più che «superstizioni», nel senso etimologico della parola]: come potrebbe, infatti, esserci ancora il problema di «circoscrivere» il disordine e di rinchiuderlo entro limiti rigorosamente definiti, quando esso è diffuso dappertutto e si manifesta costantemente in tutti gli ambiti in cui si esercita l'attività umana? Così, la scomparsa quasi completa di queste feste, di cui, se ci si limitasse alle apparenze esteriori e da un punto di vista semplicemente "estetico», ci si potrebbe rallegrare per via dell'aspetto "laido" che inevitabilmente assumono, questa scomparsa, diciamo, costituisce al contrario, se si va al fondo delle cose, un sintomo assai poco rassicurante, poiché testimonia che il disordine ha fatto irruzione nell'intero corso dell'esistenza e si è a tal punto generalizzato da far sì che noi viviamo in realtà, si potrebbe dire, in un sinistro «carnevale perpetuo».

René Guénon - Simboli della Scienza Sacra

 R.M. 25 gennaio 2010


SCIENZA TRADIZIONALE E SCIENZA MODERNA

creazione

"In tutte le civiltà tradizionali, specie se sedentarie, si sono coltivate varie scienze tradizionali, dallo studio dei cieli all'anatomia delle formiche, distinte dalla metafisica o gnosi, la scienza suprema ovvero sacra, ma legate ad essa da schemi cosmologici strettamente tradizionali. (...)
La distinzione fra scienza tradizionale e moderna è sovrapponibile a quella fra scienza sacra e profana. Dal punto di vista tradizionale non c'è una sfera lecita che sia del tutto profana. L'universo è la manifestazione del Principio divino e non esiste sfera del reale che sia del tutto scissa dal Principio. (...)
Metafisicamente parlando tutto ciò che esiste nel punto omega, già doveva esserci nel punto alfa. Non c'è grado di permutazioni o trasformazioni materiali che faccia scaturire l'intelligenza dalla materia bruta, nè il maggiore può evolvere dal minore salvo vi sia già latente in qualche modo (...)
La teoria evoluzionistica come s'intende generalmente è il massimo ostacolo alla comprensione delle cosmologie e delle scienze tradizionali; essa nacque nella temperie del secolarismo ottocentesco, come surrogato, dopo che si smarrì la visione di Dio e la presenza perenne del mondo archetipale (...)
Nella prospettiva delle scienze tradizionali non sussiste una dicotomia radicale fra la contemplazione e l'azione o fra la verità e l'utilità. Esse hanno beninteso delle applicazioni pratiche nella vita attiva, ma anche un aspetto contemplativo che fornisce il pane all'anima contemplativa aiutando a ravvisare nel cosmo non un velo di opacità, ma uno specchio luminoso dove si riflette la bellezza dell'Uno (...)
L'alfabeto, come i suoni della lingua sacra, sta in rapporto con le Energie Divine che recarono all'essere il mondo, e la scienza che studia la simbologia dell'alfabeto si dedica anche all'esame della struttura del cosmo. (...) Per la Qabbalah (ebraica, n.d.r.) la lingua sacra riflette l'aspetto interno, cioè sacro dell'universo. Le lettere ebraiche sono elementi della creazione, per cui la conoscenza delle leggi interne della lingua sacra e della simbologia alfabetica illumina la struttura interna del mondo (...)
Alleata stretta delle scienze del linguaggio e dell'alfabeto è la matematica tradizionale , specie nelle sue branche enumerate dal quadrivio pitagorico: aritmetica, geometria, musica, astronomia. (...) Non soltanto la tradizione pitagorica, ma anche l'egizia e la babilonese da cui essa proviene, e la matematica islamica che la riflette in un ambiente abramico, sono basate su una concezione sacrale dei numeri come simboli (...) L'aritmetica è tanto la chiave della metafisica come una via per capire l'armonia da cui l'ordine creato è pervaso, e il cui aspetto auditivo si svela nella musica.(...)
La geometria tradizionale, come l'aritmetica, è inscindibile dalle armonie fondamentali sulle quali sono strutturati il microcosmo dell'uomo e il macrocosmo. Perciò nessuna civiltà tradizionale ne è stata priva ed i riti e l'arte sacra delle varie religioni vi sono sempre stati connessi (...)
L'astronomia è l'ultima delle scienze matematiche menzionate nel quadrivio pitagorico ed è anche la più antica fra le scienze esatte (...) Nelle civiltà tradizionali quasi non si distingueva tra astronomia ed astrologia (...) A poco a poco si scissero, l'una si quantificò integralmente e smarrì il suo significato simbolico, l'altra si staccò dalla sua base metafisica riducendosi ad una superstizione nel senso etimologico. Eppure l'astrologia nel senso tradizionale continua a riflettere un simbolismo di significato primigenio (...) Per l'astrologia i fenomeni terreni sono riflessi dei loro archetipi celesti simboleggiati dai dodici segni dello zodiaco e dalle possibilità ad essi inerenti, attuate dai pianeti, di cui ciascuno simboleggia un aspetto dell'intelligenza cosmica. L'astrologia è retta dai numeri 3 e 4, simboleggianti rispettivamente il cielo e la terra. Ci sono le tre tendenze cosmiche, i ‘guna', che sono il fondamento della cosmologia indù e ci sono i quattro elementi. Esistono inoltre i 7 pianeti (7=3+4), i dodici segni (12=3×4) e le ventotto stazioni lunari (28=7×4) (...)
L'immagine terrestre dell'astrologia si può dire che si ritrovi nell'alchimia, che tratta delle forme ‘intelligenti' della materia che sono i metalli (...) I metalli sono stati speciali della materia con un sostrato comune, pronti a essere trasmutati nello stato più alto, aureo, in presenza della pietra filosofale. Ma questa trasmutazione esteriore era soltanto una base d'appoggio della trasformazione interiore del piombo psichico nell'oro che solo resiste all'influsso corrosivo del mondo presente. Questa trasformazione interiore era resa possibile da un vero maestro, che è la pietra filosofale. Ciò non vuol dire che gli alchimisti non usassero sostanze esterne come punti d'appoggio, come sostengono tanti autori ermetici. L'alchimia era un modo di nobilitare la materia, donde il suo rapporto con l'arte sacra. Ciò significa anche che l'alchimia non è un semplice preludio alla chimica. Essa è una scienza dell'anima nei suoi rapporti col cosmo, che adopera trasformazioni esteriori in vista della trasformazione interiore che è lo scopo finale di tutte le scienze tradizionali. (...)
Poche discipline rivelano quanto la medicina la natura del tutto contingente della scienza moderna (...) L'efficacia delle scuole tradizionali di medicina prova in maniera pratica che ci sono modi di studiare e trattare il corpo diversi da quelli considerati dalla medicina moderna."

S.H.Nasr

17.02.2011


 

In evidenza

Pagina: Home Tradizione Studi e Riflessioni